Solo chi è così pazzo da pensare di cambiare il mondo lo cambia davvero.

24 Gennaio 2021 Milano AllNews 0

Il caso Faces Of The Riot

Volevo partire dal tragico fatto di Palermo; la bimba morta per una challenge su TikTok, ma poi mi son detto che era fin troppo semplice stare lì ad urlare, nonostante non mi piaccia per nulla Tik Tok, che il pericolo non sta nel social o nello smartphone, ma in chi quello smartphone lo ha messo in mano alla bambina.

Agitare prima dell’uso o meglio: educare prima di installare.

Fareste mai guidare un’automobile a vostra figlia senza patente? Dareste mai una pistola in mano al vostro bimbo? Ecco fatevi la stessa domanda la prossima volta che darete uno smartphone o l’accesso ai social a qualsivoglia bambina o bambino.

È vero, non esiste una reale e propria patente per l’uso dei social o per lo smartphone, ma esiste una cosa che si chiama educazione, e se è vero che i miei genitori dovevano insegnarmi a andare in bicicletta, o i genitori dei miei nonni auspicavano per i propri figli che imparassero a leggere, oggi per i nostri figli dobbiamo “perdere tempo” ad educarli all’uso di queste tecnologie.

I pericoli delle buone azioni.

Ma ripeto, sarebbe troppo semplice partire da questo caso, quindi ecco che vi presento Faces of The Riotl’ultimo arrivato di una serie di siti internet che fanno capire che il pericolo è ben altro, e che spesso si nasconde dietro a dei buoni propositi. (il sito non è molto stabile e continua a cadere, ma si possono seguire gli aggiornamenti tramite l’account Twitter di uno dei creatori https://twitter.com/RiotFaces)

https://www.linkedin.com/embeds/publishingEmbed.html?articleId=9088775536104791347

Un sito internet inventato da un paio di studenti del college dell’area di Washington DC, di più per ora non si sa, che secondo i creatori potrebbe aiutare le indagini del FBI per riconoscere ed identificare i manifestanti che lo scorso 6 gennaio hanno dato l’assalto a Capitol Hill. Come dicevo, tutto parte da una sorta di buona azione, civile, un moto di consapevolezza civica che vuole aiutare le forze dell’ordine federali a mantenere la pace e la democrazia sul suolo americano.

Il popolo della rete non esiste.

Il mondo spesso però va diversamente da come vorremmo, e non puoi mai fare i conti con il famoso “popolo della rete”, ancora di più quando si parla di una parte di utenti internet che hanno poca conoscenza del mezzo e quasi zero dimestichezza con la materia. Per darvi un dato: sappiate che nel mondo ci sono circa 26,4 milioni di programmatori informatici(software developers), ma nello stesso tempo si stimano 4 miliardi e mezzo di persone che giornalmente usano internet. La percentuali di programmatori rispetto agli utilizzatori è lo 0,59%. Per fare un paragone, ad esempio, in Italia ogni 495 autovetture c’è un’officina meccanica, con una percentuale quindi del 0,21% e proprio per questo nessuno si metterebbe mai ad aprire un cofano di un’auto per fare da se. Sempre per lo stesso motivo, prima di darci una patente facciamo una scuola e degli esami finali, in modo da conoscere e capire lo strumento che useremo, cioè l’automobile.

Le tecnologie, soprattutto quelle informatiche, e il conseguente mondo dell’IoT, cioè Internet of Things (Internet delle cose) sono letteralmente esplosi nell’ultimo decennio. Tantissima tecnologia a portata di tutti, sempre in tasca e sempre connessa. E a farla da padroni in questo sistema iper-connesso sono sempre i social media, che diventano social network e connettono persone, sia nel bene che nel male.

Ed è proprio questo male che vedo uscire dall’arrivo di Faces of The Riot. La possibilità di mettere in mostra, sulla pubblica piazza, volti di persone ancor prima che ci sia un’indagine, un’inchiesta, un processo e un ragionamento sulle conseguenze della pubblicazione di tutti questi volti. Siamo a Salem? Siamo alla caccia alle streghe?

I pericoli di Faces of The Riot.

Il sito ha “semplicemente” estrapolato (tramite programmi opensource ed algoritmi) un numero immenso di immagini di volti da tutte le migliaia di ore di filmati postati durante l’assalto a Capitol Hill. Ciò significa che nei filmati ci sono i rivoltosi, i violenti, i facinorosi, manifestanti pacifici che sono rimasti sulla porta, dipendenti del governo, poliziotti in borghese, poliziotti in divisa, giornalisti, agenti del secret service, politi di entrambi gli schieramenti e tante altre persone che avevano un buon motivo per stare li. Quale algoritmo intelligente potrà mai differenziare e rigettare la pubblicazione online di quei volti di persone che avevano una giusta causa nello stare li?

La risposta è semplice, nessuno. E se da una parte tiriamo un sospiro di sollievo nel sapere che quindi i creatori fanno questa cernita “in maniera umana” dall’altra può spaventare ancora di più. Quali sono i criteri per decidere se quel volto quindi vada o no pubblicato? I creatori del sito dichiarano che verranno pubblicati solo i “violenti”. Come faccio a riconoscere un violento da un non-violento? Quale soglia decido ci sia per dividere un violento verbale da un non-violento fisico? Tirare un sasso contro un muro è violenza? Se lo tiro contro una finestra e rompo un vetro invece? Se vengo spinto dalla folla ed entro in collisione con una guardia sono un violento? O sono un violento già solo nel momento in cui decido di andare davanti a Capitol Hill?

I Repubblicani non avranno mai il mio voto (per onestà intellettuale nemmeno i democratici, non potendo votare negli Stati Uniti) quindi questo mio articolo non vuole essere una difesa di quei terroristi che il 6 gennaio hanno invaso uno dei luoghi simbolo della democrazia mondiale (o almeno così ce lo vende la grande macchina propagandistica made in USA), ma vorrebbe farci ragionare sul pericolo che la “tecnologia per tutti” potrebbe portare nelle nostre vite. Quanti casi si contano di false piste prese dalla polizia per telefonate o soffiate anonime che si sono rivelate poi sbagliate o ancora di più infondate? Ora con la tecnologia dei social, e grazie a software di riconoscimento facciale e al sito Faces of The Riot, quanti giocheranno al “giovane investigatore dell’FBI”? Quanti crederanno di essere gli agenti Murder e Scully o una riedizione della Signora in Giallo?

In che mondo viviamo?

Siamo di fronte ad una completa commistione tra il mondo digitale ed il mondo fisico, che può avere gravissime conseguenze nella nostra vita di tutti i giorni.

Per farvi capire meglio di cosa stiamo parlando vi consiglio (credo di averlo fatto già chissà quante volte) la visione di un interessante documentario in tre puntate su Netflix: Don’t F*** With Cats (Giù le Mani dai Gatti)

La tecnologia è la cosa più bella del mondo.

La tecnologia ha migliorato le nostra vite, le nostre case e in molti casi anche i nostri rapporti sociali.

La tecnologia però non può esserlo per tutti, e se proprio lo vuole essere, deve essere insegnata.

Abbiamo bisogno di educare, di educare le persone al digitale, al concetto di privacy ( che non c’entra nulla con le nuove regole di Whatsapp o con lo scaricare o meno la app Immuni. A proposito: scaricatela!) e sopratutto dobbiamo educare tutti quanti a capire che non esiste un mondo virtuale ed uno reale.

Il mondo è solo uno, con spazi digitali, spazi fisici e spazi ibridi, ma sempre interconnessi tra loro e mai distinti.

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