Sarà Apple a salvare la nostra privacy.

Sarà Apple a salvare la nostra privacy.

28 Gennaio 2021 Milano AllNews 0

La parola Privacy è entrata nei nostri vocabolari sempre più profondamente. Ormai tutti quanti ne parliamo e ne facciamo abuso nei discorsi di tutti i giorni. Basti vedere l’inutile isteria legata alle nuove regole sulla privacy di Whatsapp.

Ma la questione privacy non può però essere lasciata da parte, è un vero e proprio pericolo, lo sappiamo, esiste davvero. I più distratti lo hanno scoperto nell’ultimo anno grazie ad alcuni ottimi documentari come The Great Hack oppure The Social Dilemma. Il secondo titolo, soprattutto, è molto interessante perché è un racconto fatto e creato dalle stesse persone che hanno “inventato”, progettato e programmato i social media che usiamo ogni giorno e ci svela l’immane interesse che queste compagnia hanno verso i nostri dati e la nostra privacy.

Non ho niente da nascondere.

Ora ditelo una volta per tutta e poi mai più: «ma io non ho nulla da nascondere». Ok lo avete detto, e avrete anche ragione, ma qui la questione non è quello che avete da nascondere ma quello che deve rimanere una vostra libera scelta. I social network, conoscendo le nostre abitudini e invadendo la nostra privacy, riesco ad indurci ad alcuni comportamenti, dai più classici dell’acquisto e del consumo, ai più pericolosi della perdita di attenzione e del chiuderci in bolle sicure senza esplorare ciò che ci sia fuori dalla nostra zona di comfort.

Quindi, sì anche io, non ho nulla da nascondere, ma preferisco che i miei comportamenti siano pensati e deliberatamente messi in atto da me stesso e non da un condizionamento indotto da chi conosce a perfezione ogni mio aspetto e ogni mia debolezza.

Il titolo di questo articolo però ci svela già che un salvatore sta arrivando, è dietro l’angolo, ed è entrato nelle nostre vite già da un bel po’ di tempo.

Apple e la sua fissazione per la Privacy.

Il nostro salvatore, il messia della riservatezza, il supereroe della nostra privacy, che ci salverà dal diventare algoritmi a nostra volta è la Apple. (Una volta Apple Computers, ora solo Apple)

La dichiarazione è forte, lo so, ma ci sono molte cose che fanno credere a questa dichiarazione.

Da un po’ di tempo Apple ha dovuto rivedere completamente il suo modo di comportarsi verso i clienti, soprattutto dopo la brutta figura sulla obsolescenza programmata di alcune batterie che venivano “invecchiate” via software per una presunta manovra di “salvaguardia dell’iPhone”. Dopo aver ricevuto molte critiche e anche qualche multa, qualcosa a Cupertino, California, è cambiato.

Durante le ultime presentazioni di Apple, quei Keynote che Steve Jobs aveva reso dei veri e propri spettacoli di drammaturgia moderna, lo spazio dedicato dall’azienda al tema privacy e controllo dei propri utenti ha preso sempre più tempo.

L’azienda si vanta di registrare pochissime informazioni personali e di non basare l’esperienza utente su certi tipi di dati privati. Emblematica è stata la presentazione dei nuovi modelli di Home Pod in cui si è fatto riferimento più e più volte al fatto che quello che potremmo definire l’Alexa di Apple, non vi ascolta senza il vostre consenso, e che non vi registra mentre fate le vostre azioni quotidiane. Quasi ad insinuare che la concorrenza faccia qualcosa del genere invece?

Nelle ultime settimane Apple ha ristretto ancora di più le regole per poter accedere e vendere app sul proprio App Store, e moltissime di queste restrizioni sono proprio nel campo della Privacy e della gestione dei dati personali. E così alcune app dovranno essere riscritte da capo ma soprattutto non potranno più “spiare” indisturbate nel nostro telefono.

E mentre il fondatore di Facebook attacca pubblicamente Apple per queste restrizioni e le definisce “egoistiche ed anticoncorronziali”, Apple nel giorno in cui presenta i risultati di un trimestre che porta 100 miliardi di dollari nelle proprie tasche dichiara che dalla prossima versione di iOS ci sarà un’ulteriore restrizione e diventerà più difficile il tracciamento degli utenti.

Perché Apple può fare così?

A questo punto quindi viene da chiedersi, ma quindi, quelli della Apple sono i buoni e gli altri i cattivi?

Non proprio. Apple, ce lo insegna la storia, non fa mai nulla per nulla, e quando è servito invadere la privacy di qualcuno, non ha avuto problemi a farlo, anche in maniera violenta e al limite della legge. Ma questa è un’altra storia, che parla di un telefono lasciato in un bar e di un giornalista che ne scrisse su di un sito internet.

Famoso è anche lo scontro tra Apple e FBI per il rifiuto da parte del colosso di Cupertino di aiutare le autorità a sbloccare alcuni iPhone coinvolti in crimini federali.

Insomma sembra che Apple proprio ci tenga alla Privacy, ma perché? Come può permetterselo in un mondo in cui ci dicono tutti quanti che i nostri dati valgono più dell’oro?

Bisogna analizzare l’azienda. La più ricca azienda di hardware del mondo e il modo in cui fa soldi, oltretutto veri, non parliamo di finanza, stock options, soldi virtuali o cripto valute, ma veri e propri Dollari, Euro, Yen, come direbbero nei film: veri e propri verdoni.

Apple ha una liquidità immane nelle sue casse, perché noi i prodotti Apple li paghiamo con soldi veri, siano cash o carta di credito, e i servizi e altri prodotti solamente digitali sono solo una parte più piccola del considerevole bilancio di Apple. La casa della mela guadagna tanti bigliettini perché vende oggetti, reali, fisici, un po’ come un grande ferramenta.

E quando vendi un oggetto fisico, in fondo, poco ti interessa di tracciarne l’uso (anche se comunque avviene in certe situazioni e per capirne l’utilizzo), ma ti interessa fare il miglior prodotto per il maggior numero di persone, e qui entra in scena il modello che ormai Apple porta avanti dal lontano 1997, quando Steve Jobs ritornò al comando della sua creatura dopo qualche anno di esilio forzato.

Alcuni momenti fondamentali per farvi capire come funziona il metodo Apple e che fatico a vedere in altre aziende, che anzi, hanno dovuto personalizzare o almeno localizzare alcune delle proprie offerte.

Proprio nel 1998 Apple presenta i primi iMac, computer all-in-one colorati, con un lettore per CD-ROM, una porta per la connessione a internet e niente floppy disk. Ripeto: niente floppy disk, nel 1998. Una scelta che ha lasciato tutti basiti, in preda al panico del “e ora come faccio?”, ma che da subito si è rivelata vincente, perché la gente pur di avere un iMac trovava soluzioni, anzi, la soluzione te la dava direttamente Apple: usa le email, la rete internet o il CR-ROM.

Qualche anno dopo Apple decide che dobbiamo cambiare il modo di ascoltare la musica e inventa un costosissimo oggetto in cui potevi infilarci mille canzoni. Lo chiamano iPod, i file MP3 esistevano già da molti anni, ma il CD era ancora il padrone dalla musica. Tutti lo usavano e lo trovavo comodo ed economico. La storia, ora, ci insegna che il CD è stato il supporto musicale meno longevo. Durato meno di 20 anni, ora è il terzo supporto più utilizzato per vendere musica negli Stati Uniti, ebbene sì, viene dopo il vinile.

Apple ha reinventato qualche anno dopo anche i negozi di musica, effettivamente se avevi un iPod era una scocciatura andare in negozio, comperare il CD e portarlo a casa, convertirlo con il computer e caricarlo sull’iPod. È così che nasce iTunes Store.

E poi si arriva ai giorni d’oggi, con l’arrivo del primo cellulare costruito da una azienda di computer: l’iPhone. È il 9 gennaio 2007 quando Steve Jobs dal palco del Moscone Center di San Francisco presenta al mondo l’ennesima rivoluzione nata in casa Apple.

Tutta questa carrellata di prodotti di successo per dire cosa?

Non mi interessa come sei, basta che diventi come voglio io.

Per capire come ad Apple non interessino i nostri comportamenti, basta capire che loro hanno intenzione di darcene di nuovi, uguali per tutti, che ci soddisfino grazie ai propri creati dall’azienda.

A Apple non interessa sapere cosa facciamo per aiutarci nell’esperienza utente o per rendere l’esperienza d’uso più affine alle nostre esigenze o desideri. Apple decide prima cosa vuole farci fare e ce lo impone con i propri prodotti, senza invadere la nostra privacy e senza chiederci in cambio dati personali.

Apple sono i buoni? Non saprei, perché se è vero che non scava “dentro di noi” per apparire più affine ai nostri gusti, fa un’operazione ancora più prepotente: ci impone la sua visione e il suo stile.

Solo così si spiegano le interminabili code notturne davanti agli Apple Store ogni volta che esce un modello nuovo di iPhone, solo così si spiegherebbe come sia possibile che il mio iPhone, quello di mia zia e della compagna di scuola di mia nipote siano pressoché identici, senza poterli personalizzare più di tanto e con un’interfaccia uguale per tutti.

L’imposizione di un oggetto prima, di un modo di usarlo dopo, e la dipendenza che ne deriva è il modus operandi di una azienda carismatica, che non ti ha mai venduto solo hardware ma un vero e proprio miglioramento del tuo stile di vita. Nel 1997 una campagna pubblicitaria di Apple, che non sponsorizzava nulla in particolare, nessun oggetto, nessun computer rispetto ad un altro, diceva semplicemente: “Think Different”.

Questo pensiero differente è in primis quello di un’azienda che ha deciso di mettersi al nostro fianco e erigersi a paladina dei “diritti di tutti”, della salvaguardia e protezione della nostra privacy, allontanando coloro che non rispettano le leggi (da lei stessa redatte) o che vogliano registrare i nostri dati personali attraverso i nostri computer o telefoni. Apple salverà la nostra Privacy, sempre se esisterà ancora in quel mondo disegnato a forma di mela, in cui noi tutti ambiamo ad avere lo stesso cellulare, con cui ascolteremo musica dallo stesso servizio di streaming con le stesse cuffie (rigorosamente bianche).

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